19/10/2026
L'OROLOGIAIO DI PORTA GARIBALDI
A Catania c’era un uomo che ogni mattina dava la corda al tempo.
Si chiamava Orazio Oteri, aveva trentatré anni, una moglie, tre figli e un quarto in arrivo.
Abitava in un bugigattolo di poco più di due stanze, ricavato alla base del Furtinu, la Porta Garibaldi di piazza Palestro.
Una casa misera dentro uno dei monumenti più belli di Catania: il genere di contraddizione che in Sicilia non sorprende nessuno.
La porta, disegnata da Stefano Ittar e Francesco Battaglia e costruita nel 1768 per le nozze di Ferdinando e Maria Carolina, si chiamava quando fu costruita Ferdinandea.
Cambiarono re, governi e nome; le pietre bianche e nere restarono al loro posto.
Un medaglione reale lasciò spazio a un orologio, rubato durante la guerra e sostituito nel 1946.
A custodire il nuovo meccanismo finì non si sapi come Orazio, che viveva nello stanzino un tempo concesso a una cooperativa agricola.
Era un uomo robusto e mite due cose che in Sicilia fanno spesso scantari chi non lo è, ogni giorno saliva una scaletta, caricava l’orologio, ascoltava gli ingranaggi come altri ascoltano il respiro dei figli addormentati.
Il tempo della città era nelle sue mani; quello della famiglia, in qualche ufficio.
Nel dicembre del 1952 arrivò una denuncia per le bombole di gas custodite nello stanzino.
Pare che Orazio fosse accusato perfino di venderle in quel rifugio dove a stento trovavano posto moglie e bambini.
La vicenda prese la forma delle carte bollate, delle contestazioni e infine dello sfratto.
Orazio protestò, ma le carte hanno una strana proprietà: quando vengono scritte contro un povero, diventano più pesanti delle pietre.
La scadenza era il 10 luglio 1954. Un’altra casa non si trovava. La moglie aspettava il quarto figlio. L’uomo che faceva avanzare le lancette avrebbe pagato qualunque prezzo per trattenerle ferme una settimana, un giorno, almeno una notte.
La burocrazia, però, ama la precisione: conosce le scadenze assai meglio della pietà.
Il 9 luglio, dopo un incontro con i vigili che lo avevano denunciato per chiedere ancora qualche giorno di proroga, che come da copione gli fu negata,
Orazio tornò nel suo stanzino.
La mattina seguente la moglie lo trovò morto.
Aveva trentatré anni. Il medico parlò di «forte dispiacere»: due parole pulite, educate, quasi innocenti, per dire che un uomo può essere schiacciato senza che nessuno gli metta materialmente le mani addosso.
Quella sera, raccontano, l’orologio si fermò in solidarietà con chi gli aveva fornito per quasi un decennio la carica.
I tre figli finirono in orfanotrofio, la madre in una clinica ostetrica, dove nacque il quarto bambino.
Le proteste popolari ottennero ciò che Orazio non aveva ottenuto da vivo: alla vedova fu affidata la custodia dell’orologio e la famiglia tornò ad abitare nel monumento, fino agli anni Settanta.
Quando se ne andarono, nello stanzino tornarono quelli della cooperativa.
La sera si ritrovavano a giocare a carte prima di andare a dormire.
È un particolare piccolo, quasi domestico, e forse per questo più doloroso di tutti: nello stesso posto dove un uomo aveva perduto la vita per non perdere un tetto, altri mescolavano il mazzo e distribuivano le carte.
U Furtinu resta uno dei più splendidi monumenti catanesi.
Intorno, però, resiste quel contrasto tutto siciliano fra grande bellezza e lurida infamità: una zona troppo spesso trascurata dalle autorità e lasciata alla mercé di vandali e pagani, per citare il poeta.
Le pietre resistono; la cura, assai meno.
Orazio Oteri non fu un sovrano, né un generale.
Era soltanto un uomo che faceva funzionare un orologio e chiedeva un posto dove far dormire i figli.
I monumenti ricordano più facilmente chi li fece costruire che chi li tenne in vita.
La città gli negò il tempo di trovarlo. Poi rimise in moto le lancette, come se bastasse quello a rimettere le cose a posto.
Se passate dô Futtininu, la sera, alzate gli occhi sopra l'orologio. Potreste avere la sensazione di vedere una figura assittata lassù, in cima, ca talìa verso il Duomo e il Palazzo del Comune.
Forse sorride amaro, pensando a quei cristiani che gli negarono un tetto. O forse è finalmente contento, perché dopo tanti anni l'orologio funziona ancora. E stavolta nessuno può mandarlo via.
Fonti: Obiettivo Catania, pagina Facebook di Milena Palermo, catania.italiani